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Le ultime elezioni amministrative hanno riportato sotto gli occhi di tutti un dato che non può lasciare indifferenti: nelle città capoluogo chiamate al voto le candidate sindache sono state una netta minoranza rispetto agli uomini (9 contro 77). La questione non riguarda soltanto la rappresentanza numerica. Riguarda il modello stesso di leadership che continua a orientare la selezione delle classi dirigenti.
In occasione della ricorrenza del 2 giugno abbiamo chiesto alle studentesse del Corso di Formazione Continua dell’Università di Verona Fuori dal Comune. Donne al Governo delle Comunità un loro approfondimento, ringraziamo Giorgia Lombardi e Lucrezia Sanginesi. Nelle prossime settimane pubblicheremo nuovi contributi.
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La scarsa presenza di donne candidate sindache non è solo un problema politico, ma il riflesso di una difficoltà più profonda nel riconoscere l'autorità femminile nelle istituzioni sia pubbliche che private.
Eppure le donne sono presenti nelle amministrazioni pubbliche, spesso in misura significativa. Operano nei servizi, nella scuola, nel sociale, nella sanità, negli uffici che quotidianamente tengono insieme il funzionamento delle comunità. Ciò che continua a mancare è una presenza altrettanto forte nei luoghi dove si definiscono le priorità politiche, si distribuiscono le risorse e si immagina il futuro delle città.
Le ragioni sono molteplici. Certamente esistono ancora ostacoli concreti e discriminazioni, ma pesa anche una cultura del potere costruita storicamente su caratteristiche considerate "maschili": disponibilità totale, competizione permanente, reti informali di relazione, conflittualità come strumento ordinario di governo. In questo contesto, una donna che aspira a guidare un'amministrazione spesso si trova a dover dimostrare competenza e autorevolezza più dei colleghi uomini.
Ma il problema non riguarda soltanto le donne. Riguarda la qualità stessa della democrazia. Quando la selezione della leadership resta concentrata in gruppi omogenei, si impoverisce la capacità delle istituzioni di comprendere la complessità della società. Si restringono gli sguardi, le esperienze e le priorità che entrano nelle decisioni pubbliche.
Molte donne arrivano alla politica attraverso percorsi diversi rispetto a quelli tradizionali: l'impegno sociale, il volontariato, i movimenti civici, la cura delle relazioni e dei beni comuni. Esperienze che permettono di sviluppare competenze preziose per il governo delle comunità: ascolto, capacità organizzativa, attenzione alle fragilità, costruzione di reti, gestione dei conflitti.
Non si tratta di sostenere che le donne siano naturalmente migliori degli uomini. Si tratta piuttosto di riconoscere che storie, esperienze e punti di vista differenti possono contribuire a trasformare il modo di esercitare il potere. In un tempo segnato da crisi ambientali, disuguaglianze sociali e crescente sfiducia nelle istituzioni, la politica ha bisogno di nuovi linguaggi e nuove pratiche.
Per questo la sfida non è soltanto aumentare il numero delle donne candidate o elette. È rendere finalmente normale l'autorità femminile nelle istituzioni. È superare l'idea che la leadership abbia un unico volto e un unico stile. È costruire amministrazioni capaci di valorizzare la pluralità delle competenze e delle esperienze.
Le ultime amministrative ci consegnano dunque una domanda che riguarda tutti: quale idea di governo delle comunità vogliamo per il futuro?
Annarosa Buttarelli, riflettendo sull’autorità femminile, scrive della necessità di una politica “regolata dalle leggi della vita più che dalle gerarchie o dallo strapotere del denaro”. (Sovrane, Il Saggiatore, 2017)
Ed è esattamente qui che, secondo me, la presenza delle donne può cambiare radicalmente il senso stesso delle istituzioni. Se vogliamo istituzioni più vicine alla vita reale delle persone, più capaci di affrontare la complessità e di immaginare il domani, la presenza delle donne nei luoghi decisionali non è una questione di quote. È una questione di qualità democratica.
E forse proprio da qui deve ripartire il lavoro di formazione, accompagnamento e valorizzazione delle donne che scelgono di mettersi al servizio delle proprie comunità: non per occupare uno spazio, ma per contribuire a trasformarlo.
Picture: Anna Maria Maiolino, Entrevidas (Between Lives), from the Fotopoemação (Photopoemaction) series, 1981
di Annarosa Buttarelli, pubbblicato su La Stampa il 17 Maggio 2026
Di frequente, le discussioni contemporanee si concentrano sulle insidie per la capacità di mantenere vivo il pensiero dovute alla massiccia entrata in campo della AI e per la dipendenza – non solo dei giovani – dai social e da Wikipedia. Queste insidie sono autentiche ma l’evaporazione della capacità di pensare veramente e criticamente ha altre e forse più potenti concause: una riguarda l’evaporazione dell’autorevolezza della filosofia.
Faccio un solo esempio: la Rettrice dell’Università statale di Milano ha annunciato “l’impegno civico della Statale sul rafforzamento della psicologia e del benessere psicologico, in tutte le sue declinazioni.” Ma come? La Statale diventa un dominio della psicologia? Quando studiavamo alla Statale, sapevamo che era considerata l’ateneo più prestigioso per la Filosofia poiché ospitava grandi maestri e grandi maestre e perché era il luogo di pensiero critico più avanzato in Italia. Perché non curare e non fare proseguire questa eccellenza?
L’assalto distruttivo alla filosofia è iniziato tempo fa quando c’è stata l’invasione del vorace neoliberismo nelle università, nei rapporti di lavoro, nel diffondersi di forme di dominio anche nelle cosiddette democrazie occidentali. Sembra perfino superfluo sottolinearlo: le forme del dominio non possono convivere con la libertà della mente e con il coraggio della decostruzione critica che sono il dono del saper pensare. Così, si è iniziato in tutta Europa e togliere qua e là le cattedre di filosofia, dando così un forte indicazione della sua presunta obsolescenza. Contemporaneamente, non per caso, la psicologia ha preso il campo lasciato libero, come se le due attività fossero fungibili e, anzi, la psicologia potesse “fare meglio” della filosofia. In questo modo, avanza il progetto della medicalizzazione di ogni aspetto della condizione umana, poiché il dominio si regge se ha il controllo sociale facilitato dal potere sanitario.
Si sta seguendo la scia di un mainstream che affida alla psicologia, anche genericamente concepita, la “cura” del malessere contemporaneo e, affidamento ancora più criticabile, i disagi che si riscontrano sempre di più nelle scuole e nei vari gradi di istruzione. Infatti, anche in Statale c’è l’endemico “counseling psicologico” per studenti che stanno male. Per una filosofa come me i conti non tornano e spero che non tornino anche a altre filosofe e filosofi che si onorano di essere considerati tali. Il sostegno che il governo centrale attuale dà alla psicologia, il dominio che sta estendendo in ogni luogo della vita delle comunità, oltre a dare un aiuto alla delegittimazione della filosofia, fa pensare alla possibilità che si assegni alla psicologia stessa il compito della sorveglianza sociale. Figuriamoci poi se si diffonde la gestione della “affettività” a psicologi e psicologhe neutrali, assolutamente non formati alla differenza tra ragazzi e ragazze, e altri generi.
In realtà il vero, tragico problema che sta aggredendo, non solo la civiltà dell’Occidente è la graduale scomparsa, in generale, del pensiero critico, una declinazione necessaria del saper pensare o, come sosteneva quasi disperatamente María Zambrano, del pensare veramente, formula inventata da lei stessa mentre rivoluzionava la filosofia di tradizione accademica, per aprire finalmente la strada alla sapienza del vivere quotidianamente.
Chiunque insegni nelle scuole e nelle università italiane e abbia un minimo di senso civico, sostiene che la formazione al pensiero sta scomparendo, così come sta scomparendo l’impegno civile e culturale che è stato sempre nutrito dal filosofare. Senza filosofia (non quella narcisistica elitaria, per carità) non c’è pensiero, senza pensiero non c’è salute mentale, senza capacità critica non c’è libertà. È una grossa responsabilità negativa quella di giocare alla marginalizzazione del pensare insieme, del filosofare per la vita della mente e del cuore. La psicoanalisi è un’altra cosa, rispetto alla psicologia: quest’ultima si presta al controllo sociale, l’altra lo disfa. Come la filosofia ha una vocazione politica, così l’ha anche la psicoanalisi per motivi analoghi: se viene applicata alla ricerca storica, svela i “rimossi” della storia; se è uno strumento che aiuta a indagare i rapporti uomo-donna, svela le differenze tra i sessi; se viene usata per indagare i rapporti di lavoro, scopre le sofferenze psichiche indotte dal neoliberismo; se viene usata per leggere le motivazioni delle guerre scopre il gusto che c’è nell’infliggere sofferenza, e così via. E soprattutto, la filosofia praticata e la psicoanalisi non incoraggiano giustificazioni banali al fare il male, non trovano per forza nella famiglia o nella mamma i colpevoli eterni di tutto, ma indicano il principio di responsabilità che si può assumere pensando lucidamente e con coraggio, due posture di cui abbiamo il più radicale bisogno, come sempre è stato nella storia della condizione umana.
Assedio Rosso n.3 di Carla Acciardi - Collezione privata Firenze
Se ne parla da mesi. Obbligo di trasparenza sulle retribuzioni per colmare la disparità di genere, in base alla Direttiva UE 2023/970 del 10 maggio 2023. Il 5 febbraio di quest'anno è stata approvata dal Consiglio dei Ministri una bozza del decreto che la recepisce in Italia (provvisoria, per fortuna).
Le aziende di grandi dimensioni saranno chiamate a calcolare le categorie omogenee di lavoratori e sanare eventuali distanze retributive tra donne e uomini maggiori del 5%. Pena sanzioni.
Per individuare le categorie omogenee di lavoratori e calcolare i confronti di remunerazione, favoriscono l’utilizzo solo di quanto stabilito dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro. Senza prendere in considerazione le componenti erogate a esclusiva discrezione dell’azienda. Poiché quella prevista dal CCNL è la retribuzione di base per tutte e tutti, non ci saranno gravi casi di scostamento. Mentre ciò che scava il baratro remunerativo tra donne e uomini sono proprio le componenti aggiuntive decise a totale arbitrio aziendale, che qui vengono escluse dal calcolo, annullate. Non solo: la differenza retributiva è calcolata sull'ora lavorativa, ignorando le ore totali lavorate. Se si considera la remunerazione complessiva annuale -determinata in gran parte dalle ore lavorate- il divario è del 40%. Quello che conta, dunque, è la retribuzione reale complessiva e permanente. Ci chiediamo se la direttiva europea recepita in Italia in questo modo, sia conforme alle intenzioni dell’Europa.
Questa situazione è molto grave, perché se le donne finiscono per lavorare meno ore degli uomini, questo non è certo dovuto a una loro libera scelta, ma ai ben noti problemi di sempre, che da molti anni combattiamo. Prima di tutto le conseguenze della maternità, o meglio, della 'penalizzazione della maternità': part time involontari, carriere discontinue. Incidono molto anche altri due fattori meno visibili, ma anch'essi quasi imperituri. Il primo: la 'segregazione orizzontale', ovvero la concentrazione del lavoro femminile in settori meno pagati. Il secondo: i molti ostacoli all'accesso, delle donne ai livelli manageriali più alti, e quindi molto più retribuiti.
Noi donne manager sappiamo quanto tutto questo ci riguarda, con il persistente divario, nascosto dietro il velo di una parità formale: “la parità è ormai raggiunta”, enunciano spesso gli uomini. Qualche numero, però, fa luce sulla realtà: le donne in posizioni dirigenziali oscillano intorno al 30% del totale (pur con un recente aumento) e guadagnano circa un terzo in meno dei colleghi uomini, nonostante rappresentino il 60% dei laureati. La differenza salariale si amplifica ai vertici. O dobbiamo credere che le donne in queste posizioni -tutte- siano meno brave degli uomini?
Un altro aspetto, poco esaminato, è che la Direttiva europea esonera in buona parte dalle sue norme le aziende piccole e medie. Ma in Italia le PMI sono una amplissima parte del tessuto imprenditoriale, oltre il 95% del totale.
Insomma, siamo molto lontani da un confronto vero di mansioni di “pari valore”. E poi, nello stesso inquadramento contrattuale, ci sono davvero tutti lavori di pari valore? Se l’inquadramento adeguato alla mansione svolta non c’è, non ci sarà alcun gender pay gap da segnalare.
Stiamo rischiando di perdere l'occasione di dare un più giusto valore alle reali competenze e capacità. Si aprirebbe un cambiamento nell'organizzazione, per valorizzare soprattutto le donne, che molto spesso non hanno riconoscimenti di quello che fanno. Per evitare che direttive e leggi siano aggirate e mistificate, ciò che serve è un tessuto aziendale fatto di cooperazione e valorizzazione delle differenze. Prima di tutto perché è una questione di giustizia. E poi perché nella diversità di approcci si trova più capacità di adattamento ai cambiamenti, che saranno inevitabilmente necessari. C'è ancora molto da fare per cambiare la cultura che genera l'enorme distanza retributiva tra donne e uomini. In Italia è un grave problema. Tanto più oggi, che nella gestione aziendale si impone la finanza, dove domina una presenza e una cultura maschile.
Questo quadro ci fa arrabbiare, ma non demordere.
Noi continueremo a batterci per la parità salariale, perché crediamo che la situazione si possa modificare lavorando insieme, creando relazioni basate su valori e visione comune. Le aziende hanno bisogno di diventare luoghi di scambio di informazioni, di valorizzazione delle persone, mentre la diversità retributiva basata sull’essere donna o uomo crea un contesto conflittuale anziché collaborativo.
Ci impegniamo a perseguire questo obiettivo perché vogliamo aziende in cui le donne nei ruoli apicali non siano una sorpresa, perché sono parte dell'organizzazione a tutti i livelli. Vogliamo aziende in cui le donne nei livelli alti, e in tutti i livelli, non siano sottopagate rispetto agli uomini solo perché sono donne. Vogliamo aziende in cui l’organizzazione sia basata sulla valorizzazione delle persone e del loro contributo. Vogliamo aziende dove tutte le donne abbiano una remunerazione equa. Che non vuol dire uguale, ma giusta.
Luisa Pogliana, Isabella Covili, Anna Deambrosis, Marilena Ferri, Pina Grimaldi, Paola Rocca.
In copertina Gender Ral dal Museo del Patriarcato.
La Fondazione Scuola di Alta Formazione Donne di Governo, nelle figure della Presidente Giovanna Piaia e della Direttrice Scientifica Annarosa Buttarelli, sostiene e condivide l'appello di più di 1700 donne tra giuriste, accademiche, politiche artiste e attiviste. Una riforma sbagliata nel modo e nel merito.
La Fondazione Scuola di Alta Formazione Donne di Governo presenta la nuova Accademia Maestria Femminile "Riflessione Femminista", un ciclo di lezioni dedicate a chi desidera approfondire le pratiche, le riflessioni e le sfide del pensiero femminista contemporaneo.
«Non dobbiamo mai smettere di cercare, di imparare, di trasformarci e trasformare. La vita è trasformazione, e lo è anche essere femministe. Pensiamo e ripensiamo. Il mondo e la vita vanno avanti e noi dobbiamo provare a vedere dove e come, e perché. Proviamoci insieme», afferma la filosofa femminista Annarosa Buttarelli, curatrice del percorso.
In un’epoca di profonde trasformazioni sociali, economiche e culturali, il ruolo delle donne nel lavoro e nell’imprenditoria non è solo centrale: è rivoluzionario, è la Novità storica. Con questo spirito nasce l’evento “La Novità Storica. Il femminismo può trasformare il mondo del lavoro?”, promosso dalla Fondazione Scuola di Alta Formazione Donne di Governo, che si terrà il 19 Febbraio presso il Museo del '900 M9 di Mestre, in collaborazione con Donnesenzaguscio, che propone una riflessione contemporanea sul protagonismo femminile e femminista nel mondo produttivo.
Attraverso i dibattiti che intrecciano economia, culture e diritto esploreremo come le competenze, le pratiche e le visioni delle donne abbiano plasmato – e continuino a trasformare – il tessuto lavorativo e imprenditoriale.
“La Novità Storica” non è solo un titolo, ma un percorso che contraddistingue da tempo l’operato della Fondazione. Un invito a prendere posizione e consapevolezza che la trasformazione del mondo del lavoro passa – e passerà sempre di più – attraverso le competenze, le visioni e le pratiche delle donne.
La Fondazione Scuola Alta Formazione Donne di Governo vi aspetta per una giornata di ascolto, pensiero e confronto, nella convinzione che solo attraverso uno sguardo plurale e consapevole potremo immaginare modelli produttivi nuovi, giusti e sostenibili.
Ho incontrato la parola femicidio, per la prima volta alla pagina 171 di un libro edito da Sonzogno nel 1977: “Crimini contro le donne - Atti del Tribunale internazionale 4-8 marzo 1976, Bruxelles” (a cura di Diana E.H. Russel e Nicole Van de Ven). Già nel 1974 questo termine era stato utilizzato dalla scrittrice statunitense Carol Orlock, recuperando una definizione giuridica ottocentesca, nel suo libro Femicide, per nominare gli assassinii di donne per il fatto di essere donne.
Fu ripreso e diffuso poi dall’antropologa messicana Marcela Lagarde, deputata federale del Messico tra il 2003 e 2006, che assieme ad altre femministe latinoamericane lo adottò per significare la forma estrema di violenza maschile contro le donne, atto finale di un ciclo di sopraffazione e volontà di dominio all’interno di relazioni di intimità e/o di familiarità.
A Bruxelles duemila donne provenienti da quaranta paesi di tutto il mondo testimoniarono, denunciando e descrivendo i crimini subiti o conosciuti. Fu possibile così costruire un mosaico delle differenti forme di violenza esercitate contro le donne, in tutto il pianeta ed elaborare proposte di azioni comuni e iniziative concrete all’interno di un quadro strategico generale. Il personale divenne politico, la violenza maschile sulle donne si disvelò per quello che era ed è: dispositivo di potere consegnato dall’ordine simbolico patriarcale nelle sue variabili storiche, geografiche, culturali e religiosi, ai maschi per mantenere la disciplina e la soggezione dell’altra metà della popolazione umana, le donne.
Fu una risposta radicale del femminismo all’impostazione e ai deludenti risultati della pur importante prima Conferenza mondiale delle donne del 1975, indetta dall’ONU a Città del Messico per celebrare l’Anno internazionale della Donna e promuovere il Decennio delle Nazioni Unite per le Donne (1976/1985).
Questo per dire che scegliere un termine piuttosto di un altro non è indifferente, né un’operazione che si fa a tavolino o in una commissione, ma frutto di un lungo, spesso tragico, cammino storico, attraversato dalle lotte instancabili delle donne lotte delle donne, dalla rivoluzione prodotta dalla libertà e dalla soggettività femminile pensante, parlante, agente. Grazie al coraggio, alla determinazione, al desiderio di esistere delle donne, in autonomia e indipendenza, il mondo è cambiato, la forma mentis delle donne ma anche degli uomini si è trasformata. La civiltà se ne è avvantaggiata, possiamo dirlo?
Ma i colpi di coda del patriarcato anche nelle aree in cui il percorso emancipatorio e di libertà femminile più si è affermato, sono duri, spesso letali.
La misoginia è ancora pericolosamente presente, alimentata dai nuovi strumenti di comunicazione e dall’universo digitale, che propone modelli comportamentali, linguaggi, rancori sessisti e maschilisti, che rischiano di essere pervasivi, soprattutto nelle giovani menti. Esperimenti e ricerche effettuate sulle piattaforme social hanno rivelato che l’algoritmo spinge i ragazzi verso contenuti misogini, l’odio di genere e la manosfera (rete di comunità online di uomini anti-donne). E dietro ci sono interessi economici e finanziari difficilmente perseguibili. Ce ne stiamo occupando anche nella Commissione parlamentare d’inchiesta sul Femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere. Per questo insistiamo sulla necessità che le scuole di ogni ordine e grado debbano garantire una seria educazione e formazione sessuale e affettiva. Certo non si tratta della panacea di tutti i mali, ma imprescindibile per affrontarli, per dare forza e consapevolezza alle e ai ragazzi, soprattutto i più fragili.
Ce lo chiedono le istituzioni internazionali come l’Unesco, che nel 2018 ha lanciato un documento di linee guida sull’educazione sessuale.
E’ esplicitamente indicato dalla Direttiva Europea n. 1385 del 14 maggio 2024 sulla lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica.
Lo sapevate che nel mondo ci sono ancora 10 milioni di gravidanze non desiderate, le cui complicanze sono la causa principale della morte delle ragazze tra i 15 e 19 anni?
Lo sapevate che la violenza maschile è la principale causa di morte per donne e ragazze tra i 16 e i 44 anni in Europa?
La svolta normativa che il Parlamento compie con l’approvazione di questo Ddl è perciò decisiva: inscrive nel diritto penale il delitto di femminicidio, non come aggravante, ma come fattispecie autonoma, per punire specificamente l’assassinio di una donna commesso perché si sottrae al dominio di chi pretende di avere su di lei perfino il diritto di vita e di morte.
Con l’introduzione dell’articolo 577-bis c.p., viene tipizzato il delitto di femminicidio, che punisce con l’ergastolo chiunque cagioni la morte di una donna “in quanto donna”, ovvero per motivi di discriminazione, odio di genere o per reprimere i suoi diritti, libertà o la sua personalità.
Il movente legato all’essere donna in relazione tossica con un uomo è un elemento costitutivo, non una circostanza generica.
Ricordo che la Corte europea dei diritti umani anche il 23 settembre di quest’anno ha condannato l’Italia per passività giudiziaria.
Come sottolineato dal collega Devis Dori, abbiamo ascoltato con attenzione le critiche avanzate nel corso delle audizioni e nel dibattito pubblico e tenuto presenti le criticità sollevate:
Sul neutro maschile si basa tutta l’architettura e l’ordine simbolico giuridico e non solo. C’è una vasta letteratura su cui non posso soffermarmi, per ovvi motivi.
Cito solamente la magistrata Paola Di Nicola Travaglini, consigliera di Cassazione, intervenuta nel corso delle audizioni: “viene spezzata la falsa neutralità del diritto penale, viene indicata, in termini chiari, la struttura culturale e discriminatoria in cui si sviluppa la violenza contro le donne con l’applicazione dell’art. 3, secondo comma, della costituzione e delle fonti sovranazionali.” “Il femminicidio non è l’uccisione di una donna, - spiega - ma costituisce l’apice di una relazione di potere strutturalmente discriminatoria che termina con la sua definitiva soppressione.”
Molto convincente, condivisibile.
L’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere dell’Unione europea (EIGE), con cui la Commissione sul Femminicidio si è a lungo confrontata, anche attraverso una missione che si è svolta a fine luglio a Vilnius, impegna gli Stati membri dell’UE a considerare il femminicidio un reato autonomo.
Il testo di legge prevede misure di sostegno per le vittime e gli orfani, formazione e prevenzione della violenza di genere. La formazione obbligatoria per magistrati, operatori e operatrici di giustizia, forze di polizia, avvocatura, servizi sociali, personale sanitario, è un nodo cruciale. Certo che la clausola finale di invarianza finanziaria determina un’inaccettabile compressione dei finanziamenti necessari.
Anche per garantire la capacità del sistema giudiziario di applicazione della legge, la rapidità degli interventi e dei tempi, la presa in carico e il sostegno delle vittime e una efficace prevenzione secondaria chiediamo che il governo finanzi adeguatamente la legge.
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Il corso nasce per sostenere una novità storica: il protagonismo femminile nella convivenza e nel mondo del lavoro. Una presenza che non può essere semplicemente un fenomeno del momento: da qui la necessità di formare e di informare - donne e uomini - dell'esistenza di pensieri e di pratiche differenti da quelle che conosciamo abitualmente, ormai inefficaci. Infatti, il patriarcato, che ha dominato per millenni, non è più il regolatore dei legami sociali, sebbene le istituzioni politiche, culturali e religiose funzionino ancora secondo logiche monosessuate al maschile e siano attraversate da una misoginia spesso inconsapevole. Il problema è trovarsi formati e formate a affrontare la crisi contemporanea delle istituzioni e lavorare per un cambio di civiltà.
In questo scenario, bisogna sviluppare la consapevolezza che nessuna riforma istituzionale può essere efficace se non si realizza una nuova convivenza tra uomini e donne orientata dalle necessarie trasformazioni delle istituzioni democratiche, e anche delle logiche decisionali e imprenditoriali, anch'esse rinnovabili con l'esperienza differente femminile.
tratto da La Cronaca di Mantova del 21 Novembre 2025 - di Renzo Margonari
[...]
Leonora Carrington (Lancaster, 1917-Città del Messico, 2011) si è sempre preoccupata, sia come persona sia come artista, di mantenere e semmai integrare l’essenza più intima della propria personalità libera e indipendente pur vivendo la propria vicenda di “femmina umana”, senza rinunciare agli amori, alla maternità, al vivere una vita squassata dai sentimenti combattendo per la propria individualità autonoma e infine una “normalità” domestica.
Nata in Inghilterra, figlia di un facoltoso imprenditore industriale, conosce brevemente l’Italia, vive in Francia una prima parte della sua leggenda e poi si trasferisce definitivamente in Messico, forse l’unico paese rivoluzionario dei suoi tempi, dove resta per quasi settant’anni. Qui rivendica la sua fede sciamanica anche fuori dal Surrealismo, benché negli affetti della sua vita ci sia sempre l’ombra di Ernst, scrivendo, tra l’altro:
Non sono mai stata surrealista. Ho dipinto la mia realtà, non i miei sogni.
Dichiarazione che merita da noi un’approfondita meditazione. La pluralità di esperienze e la conoscenza di varie culture le permette di elaborare immagini leggibili a strati in cui si mescolano figure simboliche ibride e animali (c’è sempre il cavallo, simbolo del libero viaggio esistenziale), intrecciando illustrazioni della sua vita onirica con i miti europei, le religioni orientali estinte, la ritualità animistica delle credenze autoctone del Messico antico, i tarocchi di Marsiglia, i colori alchemici, tentando personificazioni del mistico, del magico, mescolati al leggendario e all’esoterico, alla Cabala.

Ha subito un ricovero psichiatrico coatto a Santander, sfuggendo poi al medico fascista spagnolo che la “curava”, senza rinunciare a scrivere e immaginare un mondo fantastico ispirato ai racconti magici della nonna irlandese che credeva - come ancor oggi molti in Irlanda - all’esistenza di un misterioso “piccolo popolo” sotterraneo dedito alla magia naturale, invisibile alla gente comune, popolando i suoi dipinti di fantasmi, strani animali, Grandi Trasparenti, rituali cibari.
In Messico Leonora sovrappone gli studi occultistici, approfonditi con l’amico alchimista, gran pittore surrealista Kurt Seligmann e scrittore (Lo specchio della magia, 1948). È ospite dello scrittore Edward James che sta realizzando il suo incredibile giardino surrealista a Xilitla (vedi Il sogno verde di Edward James, 15 luglio 2022, p. 13) e affresca alcune pareti della sua casa tra il 1964 e il 1967. Del resto, anche lei è una grande scrittrice ironica e caustica che realizza almeno tre capolavori della letteratura grottesca.
La sua tecnica pittorica è particolare. Immagini narrative, misteriosamente fiabesche s’incidono finemente come trame di merletto, in spazi e atmosfere cupe ed ambigue con figure ibride, evocando - direi - più Brughel che Bosch, ma con l’ampiezza compositiva e narrativa di Paolo Uccello: è una pittura senza tempo in cui prendono forma concreta il pensiero, il trasparente, il fantasmico, l’invisibile, il magico, l’idea cosmica del Tempo, come dovessero adagiarsi nella corteccia cerebrale di chi osserva il dipinto, senza essere decifrate, poiché ogni dipinto può essere interpretato solo con una lunga e articolata analisi e un’ampia cultura materiale, storica e occultistica.
A parte, osservo che ci sono troppe assonanze stilistiche e contenutistiche con le opere della pittrice spagnola e surrealista Remedios Varo, che raggiunge Carrington in Messico -e anche mosse biografiche- per non citarne l’opera ogni volta che si parla di Leonora, come trascurano (e forse fanno bene) gli estensori del catalogo per la mostra Carrington a Palazzo Reale di Milano, dal 20 settembre all’11 gennaio 2026, a cura di Tere Arcqe Carlos Martin.
Ma la critica dovrebbe ormai affrontare questo tema poiché la tecnica pittorica espressa da Leonora sembra di minor qualità ma notevolmente di maggiore spessore poetico e intensità intellettuale. Alcuni testi danno Varo collaboratrice di Leonora. Soprattutto non pare che il pensiero di Remedios sia fieramente profondo e radicato all’idea femminista come Leonora ha sempre manifestato lucidamente e in anticipo perfino sul surrealismo femminista francese. L’autobiografismo allegorico di Varo non si riferisce neppure all’alchimia e alle tradizioni spirituali del Messico. La vicenda umana di Remedios è indubbiamente meno drammatica e avventurosa, non ha mistero. Sarebbe utile verificare chi influenza chi, per stabilire, in termini di merito estetico, chi sia la principale presenza femminile della pittura messicana, escludendo, a mio parere, Frida Kahlo che dal punto di vista estetico e biografico non è neppure pallidamente prossima agli elevati valori delle due immigrate, ma è più famosa di loro grazie all’adozione imprudente e gratificante invalsa nel femminismo internazionale: Frida col suo linguaggio figurativo egotico e piuttosto naif, non vale la pena.
A mio parere, il Movimento Femminista avrebbe guadagno valorizzando, invece, una figura più limpida e davvero eroica come Leonor Carrington portatrice di un’esperienza tragica e splendente, riferita sempre anche con ironica gioia, ma fondamentalmente pessimista, seguendo in linea retta la ricerca della libertà nei rapporti intergenerici. È una forte femminista.
Infatti, scrive nel suo saggio del 1970, “Animale Umano Femminile”: L’idea che i nostri “Padroni” (i maschi, ndr), abbiano ragione e debbano essere amati onorati e obbediti è, a mio avviso una delle menzogne più distruttive istillate nella psiche femminile. È diventato terribilmente evidente quello che hanno fatto al nostro pianeta e alla sua vita organica. Credo che la vita sulla Terra abbia scarse possibilità di sopravvivere, se le donne continueranno a restare passive.
La nostra Carla Lonzi avrebbe solidarizzato.
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