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Guerre che ho (solo) visto

di Rosella Prezzo*, pubblicato su la 27esima Ora del Corriere della Sera - 4 marzo 2022

La mia generazione, nata dopo la Seconda guerra mondiale, ha sempre detto, giustamente, di ritenersi fortunata per aver vissuto in un lungo periodo di pace. Eppure le nostre vite sono state costellate da guerre (da quella in Vietnam, che per molti di noi ha segnato la fine dell'innocenza, a quella a cui assistiamo oggi, pur senza aver ben chiara cognizione di essere effettivamente in guerra).
Proprio in questi giorni mi sono resa conto che io (ma posso anche alludere un noi) molte di queste guerre le ho visteGuerre che ho visto» recitava il titolo di un testo di Gertrude Stein), sì ma, appunto, soltanto e soprattutto viste.


Incollata allo schermo ho assistito all'inizio dello scatenarsi notturno della prima guerra del Golfo (febbraio 1991) con lo spettacolo dei fuochi su Baghdad, quasi una riedizione tecnologica e disneyana delle "mille e una notte"… Le immagini che via etere giungevano dal Pentagono fino alle nostre postazioni domestiche erano quelle degli obiettivi colpiti e distrutti grazie ai laser che orientavano "l'intelligenza" delle bombe verso i loro bersagli ("bombe intelligenti", ricordate?). Per il resto non ho visto quasi nulla se non l'immagine del cormorano incatramato dal petrolio fuoriuscito in mare, diventato il simbolo del conflitto, anche se poi risultato una falsa immagine in quanto fuori luogo e fuori tempo rispetto al teatro bellico al quale veniva riferito.

Con la Seconda guerra del Golfo (2003), ho visto il film americano della "guerra pulita" (ripulita dai corpi che sanguinano e muoiono), diffuso via etere nell'operazione Desert Storm. Una telecostruzione narrativa tesa a mostrarci fino a che punto le armi fossero diventate ormai intelligenti, sensibili, civili… politicamente corrette. Lì lo sguardo è penetrato maggiormente nelle segrete cose della distruzione, inglobato dall'occhio elettronico dell'ordigno stesso. Vedevo l'obiettivo attraverso la telecamera incorporata nella bomba: il mio punto di vista era il suo punto di vista. Vedevo così quello che vedevano i piloti sui loro display: bersagli ridotti a puntini luminosi, punti di coordinate di calcolo, macchie su uno schermo che, come in una radiografia a raggi X, mostrava che lì c'era da operare («operazioni chirurgiche», ricordate?). Poi un lampo di luce più intenso, un'illuminazione finale, ci indicava che eravamo arrivati al centro di una deflagrazione silenziosa.

Così, da osservatrice dello spazio globale video-sorvegliato, ho «visto» la guerra.
Ma il vedere con un occhio otticamente potenziato oltre misura, privato però della profondità, della mobilità, dell'intelligenza dello sguardo, si ribaltava in una totale cecità.
Tra le due ho «visto» la guerra del Kosovo, in cui gli Stati europei si sono di nuovo coinvolti direttamente, anche se dietro l'equivoca formula di "operazione di polizia umanitaria". Sempre con gli occhi incollati al televisore, in una sorta di zapping mentale ed emotivo, ho seguito nel cosiddetto «tempo reale» le notizie che provenivano non dal fronte, perché ormai le guerre non avevano più un fronte, bensì da un non-luogo: lo spazio aereo notturno e indefinito solcato da tracciati luminosi, i civili che correvano zigzagando per evitare i proiettili, ma soprattutto le zone di nessuno dei campi profughi ammassati in una grande discarica umana a cielo aperto. Accanto a essi, quali controfigura e «spalla» nel tempo dell'emergenza, i nuovi «soggetti umanitari». Protagoniste assolute le telecamere, sempre caricate e piazzate lì sui cavalletti sul confine di Kukes, pronte ad «accogliere» le ondate successive di profughi. E con loro tornavano inevitabilmente a mostrarsi i corpi: corpi di civili non combattenti braccati, sfiniti, violati, annichiliti, soprattutto di donne, e con loro bambini e vecchi, che ormai, lo sappiamo, sono le maggiori vittime di guerra. Ma una volta usciti dai nostri video, tornata la «pace», sono caduti fuori dalla realtà visibile.
Ed ecco che oggi li rivedo, sono gli stessi anche se parlano un'altra lingua. Corpi senza luogo e fuori posto (desplaced); «comparse», ammutolite dalla paura e dal dolore, che vengono a occupare l'intera scena della tragedia bellica, ma destinate a passare in clandestinità sul fondo e sui retroscena della «pace» futura.

*Rosella Prezzo è filosofa e tra le fondatrici della Scuola di Alta Formazione Donne di Governo.




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