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L'urgenza di una rete delle donne contro la guerra

L'urgenza di una rete delle donne contro la guerra

La guerra, scriveva Virginia Wolf, è un'impresa maschile a cui siamo estranee. Ma come porsi di fronte alla necessità di resistere all'invasore come avviene adesso in Ucraina? Riflessioni alla ricerca di un'invenzione degna della nostra unicità, che nasca soprattutto nella mente delle donne di governo europe, russe, statunitensi

di Annarosa Buttarelli, pubblicato su la 27esima Ora del Corriere della Sera - 4 marzo 2022

Di fronte a ciò che sta capitando in Ucraina, in un presente che viene sempre più definito come «l'ora più buia», di fronte a chi muore inerme sotto le bombe, non credo si possa decidere a priori qual è la parola da dire senza tentennamenti, e magari anche riconfortati/e dall'orientamento ideologico che sa sempre cosa si deve fare, in ogni situazione. La realtà è sempre trascendente, diceva la filosofa María Zambrano, una maestra di vita e di pensiero che non esitava a nascondere in casa, incoraggiandoli a combattere, profughi armati. E così mi sono trovata nella lacerazione prodotta dall'impatto con la realtà fatta di innocenti ammazzati, di donne che si preparano allo stupro e ci chiedono spirali uterine, di giovani russi e ucraini mandati a uccidere e a morire.

Da un lato desidero rimanere fedele a Virginia Woolf che, con «Le tre ghinee», ha insegnato a noi donne l'estraneità alle imprese maschili, siano esse il pacifismo ideologico (che viene proclamato sempre in ritardo o sempre troppo in anticipo rispetto ai conflitti sanguinosi), o siano esse le guerre da cui gli uomini, in nessuna parte del mondo si sono mai emancipati. Da un altro lato, voglio ascoltare le voci di donne e uomini che chiedono di essere aiutati con le armi a difendersi dall'invasione, da un destino imposto dalla megalomania fuori controllo di alcuni. Da un altro lato ancora, so che hanno ragione lefemministe russe che chiedono di essere accompagnate nella loro resistenza in patria, ma non ho chiaro che significato abbia, per loro, la parola «resistenza», mentre so il significato che le hanno dato partigiani e partigiane qui in Italia. Poi penso alla filosofa Simone Weil che va in Spagna per combattere nella guerra civile nel 1936.

Penso sia molto difficile, per noi donne non bellicose, trovare una posizione che ricomponga la lacerazione. In questo momento, penso ci sia da attraversare un «balbettio confuso» (VWoolf) per giungere a dire qualcosa che si vuole dire. Del resto, è questo «balbettio» l'esatta posizione che rispecchia la complessità della realtà e la sua ingovernabilità, nella molto limitata condizione umana. Non posso rimanere insensibile alle rivolte delle donne, né alla richiesta di essere aiutate a difendersi che viene testimoniata dalle donne che preparano le bottiglie molotov. Non posso non essere allarmata dalla possibilità che inviare armi devastanti in Ucraina significa entrare nella dinamica della guerra, una dinamica che non sarà mai la mia scelta. E se si inviassero solo armi per la sacrosanta difesa, magari di una donna che sta per essere stuprata dal soldato di turno? E se quest'ultima scelta lacerasse i rapporti tra femministe italiane, ancora una volta, tra quelle che pensano sia necessaria e le pacifiste assolute che vorrebbero un Gandhi al posto di uno Zelensky?

Forse noi donne pensanti e non bellicose, forse noi donne, ancora una volta travolte dalla crudeltà insensata della guerra dei maschi virili, potremmo provare a inventare qualcosa di imprevisto e di sovrano, fuori dai mainstream buoni e cattivi, oltre gli ordini di scuderia dei governi buoni o cattivi. Ci vuole un'invenzione degna di noi, simile a quella che ebbero alcune madri nella guerra del Kosovo (1998-1999) quando dissero che non avrebbero riaccolto in casa i figli che erano andati a combattere. Un'invenzione simile a quella delle Madres argentine di Plaza de Mayo che, tra l'altro, hanno rifiutato i risarcimenti dello Stato per i loro figli scomparsi durante la dittatura tra il 1976 e il 1983. La possibilità di un'invenzione imprevista: questa io spero arrivi nella mente delle donne al governo nei governi europei, russi, statunitensi, anche se è impossibile sperare che formino in tempo una rete sovrana tra loro e con molte di noi.

In attesa fiduciosa di questa invenzione, sottoscrivo queste parole di Virginia Woolf:

«Per quanto ci riempia di angoscia, di perplessità, di confusione, bisogna guardare in faccia la realtà: non esistono certezze, né in cielo, né in terra. Anzi, quante più vite si leggono, quanti più discorsi si ascoltano, quante più opinioni si richiedono, tanto più la confusione aumenta e, dal momento che non siamo in grado di capire né gli impulsi, né le motivazioni, né l'etica che vi spingono a fare la guerra, sempre più remota appare la possibilità di fare delle proposte che vi aiutino a prevenirla». (da «Le tre ghinee»).
E per celebrare chi dà la vita e non la toglie, forse è un bene che d'ora in poi si unisca al cognome paterno anche il cognome di nostra madre, come faccio qui.

Annarosa Buttarelli, filosofa, saggista e docente nell'ambito del Pensiero della Differenza sessuale e della Filosofia di trasformazione. Direttrice scientifica della Scuola di Alta Formazione Donne di Governo




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