La mossa della schivata
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La mossa della schivata

di Annalena Benini* - 27 Giugno 2026

Alcuni anni fa, una sera di quasi estate, bella come queste sere in cui la luce diventa dolce prima di andarsene, mi trovavo alla Libreria delle donne di Milano insieme a un’amica scrittrice, Gaia Manzini: parlavamo in pubblico di un’antologia, un libro che ho curato, ma in particolare parlavamo di invidia.

Invidia

Che cos’è e quanto è feroce l’invidia di una donna verso un uomo, verso il suo talento, a partire da un formidabile racconto di Kathryn Chetckovich, che si intitola appunto “Invidia”. Lei è la compagna di un implacabile Jonathan Franzen, incontrato a un ritiro per scrittori, dove ognuno scrive le proprie paginette con grande fatica, compresa lei, ma dopo qualche mese d’amore lui le chiede la gentilezza, la condivisione, la pietà di leggere un po’ di pagine in cui proprio non sa come districarsi. O forse, infido, sta preparando il suo trionfo.

Quelle pagine sono bellissime, sono Le correzioni, e Chetckovich sente una fitta d’invidia e di frustrazione, uno sconvolgimento che non farà che crescere mano a mano che Franzen chiuderà le bozze e la porterà a festeggiare a cena con l’agente entusiasta che rivolgerà la parola soltanto a lui, trattandolo come un genio. Lei è la fidanzata del genio. L’invidia la porterà a dirsi segretamente, l’11 settembre 2001 a New York, mentre guarda i notiziari e piange il disastro: forse adesso non gliene fotterà più a nessuno di quel cazzo di libro. In realtà passa una settimana e di nuovo tutti parlano di quel cazzo di libro appena uscito.

A questo punto di solito il pubblico ride, anche imbarazzato pensando alle proprie inconfessabili invidie, e alla Libreria delle donne ridevamo, parlando anche dell’invidia delle donne verso le donne, divertente sì, ma quanta fatica e quante piccole pugnalate alle spalle, quanto è difficile ammettere che non ne siamo immuni, e che coraggio Chetckovich a raccontarla così precisamente, così disperatamente. In quel momento è entrata nella stanza Luisa Muraro, che non avevo mai incontrato di persona e che non avrei incontrato di persona mai più. Tra noi solo qualche breve telefonata, una delle quali per dirmi che in un articolo le avevo dato dieci anni in più e insomma era ancora presto, no? Entrò e disse, a noi che ridevamo: ma ricordatevi che l’invidia è un sentimento sacro.
Perché prevede il riconoscimento dell’altro e della sua forza, che è il contrario della negazione, è il contrario della svalutazione. E porta con sé uno slancio verso l’alto, verso quel libro così bello, verso quella poesia che noi non siamo riuscite a scrivere, verso quella mente così creativa, verso quell’amicizia così fruttuosa.

Pensare veramente

In un minuto, con un bicchiere in mano, Luisa Muraro ha sconfessato Aristotele e parecchi altri, e ha mostrato che cosa significa: pensare veramente. Pensare da capo, pensare di nuovo. Tra l’altro si dovrebbe riuscire a tenere distinte l’invidia e la gelosia, due condizioni molto diverse ma usate spesso nella stessa accezione. Luisa Muraro entrò, disse quella cosa sull’invidia e uscì. Uno spostamento d’aria, niente di più. Una cosa preziosa totalmente regalata. Da allora faccio molta attenzione agli spostamenti d’aria, a questa capacità di illuminare una stanza con poche parole nuove. Lei, femminista, madre e maestra del pensiero sulla differenza sessuale, da qualche tempo non parlava più, non spostava più l’aria intorno. Ma ho letto in un bellissimo articolo di Ida Dominijanni sul Manifesto, qualche giorno fa, che questa mossa era tipica di Luisa Muraro. Lei stessa la chiamava: la mossa della schivata. “Cambiare improvvisamente traiettoria, non farsi trovare dove sarebbe prevedibile trovarsi, aggirare l’ordine del discorso dato, guardare le cose da un punto di vista decentrato, aprire una prospettiva imprevista e accendere una luce dove prima era buio”.

Accendere la luce in una stanza buia

Quando ho letto nel 2011 il suo libro Non è da tutti, L’indicibile fortuna di nascere donna (compratelo, in libreria si trova, edizioni Carocci), ho avuto quella precisa sensazione: qualcuno che bruscamente, ma senza agitazione alcuna, accende una luce in una stanza buia, o apre la finestra e fuori c’è il sole. Quell’idea di femminismo che va molto oltre la parità, che se ne frega della parità, perché guarda alla generazione di un senso libero di quello che una donna è e può diventare per se stessa, in relazione con altre e altri, indipendentemente dalle costruzioni sociali della sua identità. L’unico modo di essere davvero libere, del resto, è proprio questo di cambiare piano, spostarci di lato, non farci trovare dove si credeva che fossimo, non arroccarsi da nessuna parte, né su una montagna né su un sassolino. Né su una parola vecchia né su un pensiero che sembra nuovo. Accendere la luce, e poi uscire a fumare.
E così adesso, grazie a Luisa Muraro, posso dire liberamente con quanta gioia invidio chi come lei ha saputo trovare le parole, le metafore e anche la posizione giusta per stare al mondo senza averne paura. Senza temere di non trovarmi mai nel posto in cui gli altri si aspettano di trovarmi, ma anzi con il piacere della sorpresa, dello scarto di lato, dell’uncinetto come diceva lei: qualcosa che eccede il confronto con gli uomini, qualcosa di incomparabile. Con la consapevolezza dei conti che non tornano e che l’amore con l’amore si paga, come canta Ivano Fossati, come dicevano mille anni fa le modernissime mistiche ammirate da Luisa Muraro, perché chiacchieravano con Dio, dandogli del tu, e perché non la facevano poi tanto lunga nel promettersi la vita: loro passavano direttamente a vivere. Luisa Muraro ha acceso la luce, e poi è uscita a fumare.

*Annalena Benini, giornalista e scrittrice

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