di Annarosa Buttarelli, pubbblicato su La Stampa il 17 Maggio 2026
Di frequente, le discussioni contemporanee si concentrano sulle insidie per la capacità di mantenere vivo il pensiero dovute alla massiccia entrata in campo della AI e per la dipendenza – non solo dei giovani – dai social e da Wikipedia. Queste insidie sono autentiche ma l’evaporazione della capacità di pensare veramente e criticamente ha altre e forse più potenti concause: una riguarda l’evaporazione dell’autorevolezza della filosofia.
Faccio un solo esempio: la Rettrice dell’Università statale di Milano ha annunciato “l’impegno civico della Statale sul rafforzamento della psicologia e del benessere psicologico, in tutte le sue declinazioni.” Ma come? La Statale diventa un dominio della psicologia? Quando studiavamo alla Statale, sapevamo che era considerata l’ateneo più prestigioso per la Filosofia poiché ospitava grandi maestri e grandi maestre e perché era il luogo di pensiero critico più avanzato in Italia. Perché non curare e non fare proseguire questa eccellenza?
L'ASSALTO ALLA FILOSOFIA
L’assalto distruttivo alla filosofia è iniziato tempo fa quando c’è stata l’invasione del vorace neoliberismo nelle università, nei rapporti di lavoro, nel diffondersi di forme di dominio anche nelle cosiddette democrazie occidentali. Sembra perfino superfluo sottolinearlo: le forme del dominio non possono convivere con la libertà della mente e con il coraggio della decostruzione critica che sono il dono del saper pensare. Così, si è iniziato in tutta Europa e togliere qua e là le cattedre di filosofia, dando così un forte indicazione della sua presunta obsolescenza. Contemporaneamente, non per caso, la psicologia ha preso il campo lasciato libero, come se le due attività fossero fungibili e, anzi, la psicologia potesse “fare meglio” della filosofia. In questo modo, avanza il progetto della medicalizzazione di ogni aspetto della condizione umana, poiché il dominio si regge se ha il controllo sociale facilitato dal potere sanitario.
Si sta seguendo la scia di un mainstream che affida alla psicologia, anche genericamente concepita, la “cura” del malessere contemporaneo e, affidamento ancora più criticabile, i disagi che si riscontrano sempre di più nelle scuole e nei vari gradi di istruzione. Infatti, anche in Statale c’è l’endemico “counseling psicologico” per studenti che stanno male. Per una filosofa come me i conti non tornano e spero che non tornino anche a altre filosofe e filosofi che si onorano di essere considerati tali. Il sostegno che il governo centrale attuale dà alla psicologia, il dominio che sta estendendo in ogni luogo della vita delle comunità, oltre a dare un aiuto alla delegittimazione della filosofia, fa pensare alla possibilità che si assegni alla psicologia stessa il compito della sorveglianza sociale. Figuriamoci poi se si diffonde la gestione della “affettività” a psicologi e psicologhe neutrali, assolutamente non formati alla differenza tra ragazzi e ragazze, e altri generi.
LA GRADUALE SCOMPARSA DEL PENSIERO CRITICO
In realtà il vero, tragico problema che sta aggredendo, non solo la civiltà dell’Occidente è la graduale scomparsa, in generale, del pensiero critico, una declinazione necessaria del saper pensare o, come sosteneva quasi disperatamente María Zambrano, del pensare veramente, formula inventata da lei stessa mentre rivoluzionava la filosofia di tradizione accademica, per aprire finalmente la strada alla sapienza del vivere quotidianamente.
Chiunque insegni nelle scuole e nelle università italiane e abbia un minimo di senso civico, sostiene che la formazione al pensiero sta scomparendo, così come sta scomparendo l’impegno civile e culturale che è stato sempre nutrito dal filosofare. Senza filosofia (non quella narcisistica elitaria, per carità) non c’è pensiero, senza pensiero non c’è salute mentale, senza capacità critica non c’è libertà. È una grossa responsabilità negativa quella di giocare alla marginalizzazione del pensare insieme, del filosofare per la vita della mente e del cuore. La psicoanalisi è un’altra cosa, rispetto alla psicologia: quest’ultima si presta al controllo sociale, l’altra lo disfa. Come la filosofia ha una vocazione politica, così l’ha anche la psicoanalisi per motivi analoghi: se viene applicata alla ricerca storica, svela i “rimossi” della storia; se è uno strumento che aiuta a indagare i rapporti uomo-donna, svela le differenze tra i sessi; se viene usata per indagare i rapporti di lavoro, scopre le sofferenze psichiche indotte dal neoliberismo; se viene usata per leggere le motivazioni delle guerre scopre il gusto che c’è nell’infliggere sofferenza, e così via. E soprattutto, la filosofia praticata e la psicoanalisi non incoraggiano giustificazioni banali al fare il male, non trovano per forza nella famiglia o nella mamma i colpevoli eterni di tutto, ma indicano il principio di responsabilità che si può assumere pensando lucidamente e con coraggio, due posture di cui abbiamo il più radicale bisogno, come sempre è stato nella storia della condizione umana.
Assedio Rosso n.3 di Carla Acciardi - Collezione privata Firenze